La Corte costituzionale ha bocciato i quesiti referendari proposti da Antonio Di Pietro (IDV), da Arturo Parisi, da Sinistra Ecologia Libertà di Vendola, dal Partito Liberale, dai Popolari, e dalla Rete Referendaria di Antonio Segni.
Davanti alla Corte Costituzionale erano stati proposti due quesiti referendari con cui si chiedeva di abrogare totalmente il sistema cosiddetto “porcellum”, mentre con il secondo veniva richiesto l’abrogazione parziale della legge elettorale rispetto alle novità introdotte.
Il cosiddetto Porcellum, voluto da Berlusconi, scritto principalmente da Roberto Calderoli, divenne la legge n. 270 del 21 dicembre del 2005. Il nome con cui questa legge è conosciuta, appunto Porcellum, deriva dallo stesso Calderoli che durante le registrazione per il programma Matrix, disse proprio a Enrico Mentana, che la legge da lui formulata era una “porcata” voluta al solo scopo di mettere in difficoltà la destra come la sinistra e disse che la legge sarebbe stata tutta da riscrivere. Dopo quando affermato da Calderoli, Giovanni Sartori raffinò il nome della legge elettorale chiamandola “Porcellum”. Sartori sostenne che benché tutti fossero d’accoro sul fatto che la legge si dovesse rifare, ciascuno non si sarebbe trovato d’accordo con gli altri in merito a come modificarla.
L’aspetto che più viene criticato dell’attuale legge elettorale è quello delle liste bloccate, ovvero il fatto che l’elettore può votare solo per delle liste di candidati, facendo si che l’elezione dei parlamentari dipende da scelte e graduatorie previste dai partiti, limitando quindi l’elettore che non può designare direttamente il nome del proprio prescelto. La legge prevede anche un premio di maggioranza: alla Camera dei Deputati viene garantito un minimo di 340 seggi da attribuire alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti, non sono contemplati per il calcolo della coalizione vincente, i voti della Val d’Aosta e quelli dei cittadini stranieri all’estero; al Senato il premio di maggioranza è garantito su base regionale in modo da assicurare alla coalizione vincente in una data regione almeno il 55% dei seggi assegnati. Vi è in fine il limite costituito dalle soglie di sbarramento che alla Camera dei Deputati è del 10% per ciascuna coalizione e del 4% per le liste non collegate; al Senato le soglie di sbarramento devono essere superate a livello regionale e sono rispettivamente del 20% per le coalizioni, del 3% per le liste coalizzate e dell’8% per le liste non coalizzate.
Il primo tentativo di abrogare il cosiddetto porcellum lo si era avuto nel 2008, tuttavia i quesiti referendari furono rimandati al 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle camere e poi successivamente non riuscirono a raggiungere il quorum del 50%.
Dopo sei ore di camera di consiglio ieri e poi ancora questa mattina, è stato diffuso il comunicato della Consulta in cui si legge “La Corte Costituzionale, in data 12 gennaio 2012, ha dichiarato inammissibile le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005 n. 270 (modifiche alle norme per l’elezione di Camera e Senato della Repubblica). La sentenza sarà depositata entro i termini previsti dalla legge”.
Già nella giornata di ieri, alcune voci annunciavano la bocciatura, e mentre i promotori invitavano all’attesa e alla prudenza oggi si grida allo scandalo.
Di Pietro non ha usato mezzi termini e ha parlato di “scempio della democrazia” e di “rischio di regime e continua parlando di “una sentenza che serve solo a fare un favore al Capo dello Stato”; poi ancora “L’Italia si sta avvicinando lentamente verso la deriva antidemocratica, manca solo l’odio di ricino”.
Più pacati i toni adottati da Mario Segni che parla di “sentenza politica e non giuridica. La Corte si è fatta spingere da forti pressioni politiche”. Più sereno il commento di Bersani, che sostiene di attendere le argomentazioni della sentenza e che adesso sarebbe stato compito del Parlamento attivarsi ed intervenire, si è in oltre dichiarato aperto ad un confronto e dialogo tra gli schieramenti. Secondo Alessandro Pace e Luciano Sardelli senza spiegarne le ragioni, hanno detto che la decisione della Consulta ha allontanato la data delle elezioni e ha allungato la vita del governo tecnico. Nel contempo occorre ammettere che né il PD e né il PDL hanno mai ammesso di valutare di buon occhio il ritorno al Mattarellum, perché questo darebbe via ad una nuova frammentazione della compagine partitica, aggravando la prospettiva di assicurare stabilità di governo. In fatti qualora si decidesse di “staccare la spina” al governo Monti, la coalizione che comunque si assicurerebbe la maggioranza potrebbe avere maggiori possibilità di durata.
Immediata è giunta la risposta del quirinale: “Negli ambienti del Quirinale si rileva che parlare a proposito della sentenza odierna della Corte Costituzionale, come qualche esponente politico ha fatto, di – una scelta adatta per fare un piacere al Capo dello Stato – è una insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale”.
Il popolo del Web comunque sembra dare ragione a quanti come Di Pietro, ma con toni più pacati, ritengono che difficilmente la sentenza emessa dalla Corte Costituzionale, non possa non aver risentito del clima politico e della paura che un nuovo strumento elettorale, scelto sulla base dell’eliminazione totale o parziale del Porcellum, avrebbe potuto accrescere le ispirazioni di qualche coalizione in lizza per la maggioranza.